Le passioni tristi tra etica e pedagogia

gennaio 15, 2011 § Lascia un commento

 fabio agostini e stefano marchesini *

Tenteremo di chiarire in che modo la paura modifichi la nostra esperienza, tenendo presente in particolare il dispositivo scolastico nella sua articolazione immanente in tempi, spazi, corpi, oggetti e codici.

Tempi. […] La cifra del tempo investito dal campo di forze affettivo della paura è l’incombenza, nel duplice senso dell’imminenza della fine, ad esempio sotto le spoglie di una banale scadenza, e di un incarico importante, di cui avvertiamo con apprensione la gravità. Quel che avviene a scuola, del resto, è il riflesso di una tendenza epocale, di quel “cambiamento di segno del futuro” per cui si assiste “al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro” (Benasayag-Schmit): dal futuro-promessa al futuro-minaccia”

Spazi: Come si modifica la nostra esperienza dello spazio alla luce della paura? Il cinema dell’orrore ne è la migliore illustrazione: si tratta di uno spazio in cui non è agevole muoversi né orientarsi, che può rivelarsi da un momento all’altro una trappola senza vie di scampo. […] Ora se il cortile della scuola, l’atrio, i corridoi e i bagni vengono associati solitamente alla sensazione rigenerante di una relativa libertà di movimento, la classe invece può trasformarsi facilmente in una trappola: di fronte a un nutrito gruppo di giovincelli refrattari a qualsiasi ammonimento, è probabile che l’insegnante tema innanzitutto “di aprire quella porta” e poi, una volta varcata la soglia, sia attanagliato da un senso di impotenza che troverà espressione in un ampio spettro di emozioni. A sua volta, lo studente terrorizzato da un certo docente o da qualche suo compagno, vivrà lo spazio-classe come estremamente scomodo e disagevole. Nella paura dunque, lo spazio viene vissuto come angusto. In questa esperienza, che non ha nulla di psicologico, è radicata la nostra concezione dell’angoscia o ansia, tonalità emotiva strettamente imparentata con la paura: lo attesta inequivocabilmente l’etimologia, dal latino angere, “stringere”.

Corpi: […] La tensione corporea può esprimersi in modi ambivalenti: come irrigidimento che culmina nella paralisi, reazione fisiologica antichissima finalizzata a renderci meno visibili a un predatore, oppure come estrema agitazione delle membra. […] In entrambi i casi il corpo viene vissuto come angusto. Prova ne sia la tendenza spiccata a rendersi “invisibili” da parte degli studenti in occasione di una verifica orale particolarmente temuta. Nel caso del docente, invece, si assiste a penose forme di contrazione, o anche contrattura corporea sulla cui interpretazione ha insistito lo psicoanalista Alexander Lowen, riprendendo la lezione di Wilhelm Reich. […]

Oggetti: Anche qui dobbiamo fare i conti con un’ambivalenza. Da un lato, l’oggetto di cui ho paura- in virtù del suo significato in un particolare contesto- non è mai un mero oggetto, ma può trasformarsi in un ostacolo insuperabile. Il registro del professore è il segno tangibile del mio essere in balìa di un’autorità, rispetto alla quale mi sento impotente. D’altra parte, la paura mi spinge a trasformare creativamente gli oggetti che mi circondano in appigli per aprirmi una via di fuga, o addirittura in potenziali armi di offesa per fronteggiare il pericolo. Il professore si aggrappa al registro, brandito come una minaccia, proprio quando teme di non riuscire a “tenere” la classe.

Codici e linguaggi: […] La paura subita tende a modificare la nostra interpretazione dei segni da cui siamo circondati, verbali e non: nell’urgenza di trovare una via di scampo, non abbiamo il tempo di soffermarci sui molteplici significati di un messaggio, ma lo percepiamo immediatamente come un “segnale di allarme”, rispetto al quale vanno approntate opportune contromisure. L’insegnante insicuro, teso e nervoso di fronte a una classe scarsamente disciplinata, interpreta gesti, sguardi, parole degli studenti come altrettanti segnali potenzialmente allarmanti. Da questo punto di vista, l’urlo a cui talora ci si abbandona, esasperati da una situazione caotica, è una delle espressioni più caratteristiche della paura: da tempi remoti esso assolve alla duplice funzione di richiamare l’attenzione di qualcuno che ci possa aiutare, e di minacciare a nostra volta il soggetto o i soggetti da cui veniamo intimoriti. Perciò, di fronte al docente che prorompe in grida lancinanti riaffermando per un attimo la propria autorità, lo studente sa bene di poter celebrare silenziosamente il proprio trionfo». [école 76, marzo 2010]

* Citazioni a cura di Filippo Trasatti da, Dispositivi e affetti. Le passioni tristi tra etica e pedagogia, Mimesis, Milano 2005, pp. 68 – 71.

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