La solitudine

gennaio 15, 2011 § Lascia un commento

 andrea bagni 

La richiesta di ragazze e ragazzi di uguaglianza e certezza della pena sono il risultato di una destrutturazione. Nel cuore, nell’anima. Nessun legame collettivo in classe, nessuna solidarietà con i fragili o gli “irregolari”. Nomi in ordine alfabetico su un registro. Più o meno numeri. E c’è una solitudine anche per quelli che non sono numeri primi nella macchina impersonale scolastica.

 Ogni tanto mi capita di rimanere di stucco davanti ai rappresentanti degli studenti nei consigli di classe. Escono dagli attivi con il “mandato” a richiedere punizioni per quelli e quelle che arrivano in ritardo o che escono prima, che non rispettano le scadenze – dei compiti scritti, delle interrogazioni programmate – perché inguaiano i compagni e danneggiano l’immagine della classe. Il suo “nome”. Perfino chi ha problemi ed è appena tornato a scuola da un ospedale, dobbiamo stare attenti a che non diventi oggetto di un trattamento privilegiato. Il metro di giudizio, le scadenze di verifica, il tipo di prova, devono essere uguali per tutti. Se no troppo comodo. Si richiede, insomma, l’uguaglianza e la certezza della pena. Che deve essere più o meno lo specifico della scuola.

Alcuni miei colleghi festeggiano: vedete, ce li chiedono loro rigore, severità, norme e strutture etiche, ne hanno bisogno. A me sembrano più che altro il risultato di una destrutturazione. Nel cuore, nell’anima. Nessun legame collettivo in classe, nessuna solidarietà con i fragili o gli “irregolari”. Nomi in ordine alfabetico su un registro. Più o meno numeri. E c’è una solitudine anche per quelli che non sono numeri primi nella macchina impersonale scolastica.

Eppure la destrutturazione che rende così adatti alla scuola, struttura di pena, è un po’ anche una sottrazione o una dislocazione. Quelli che parlano nei consigli sono gli studenti istituzionali, cioè le comparse, le maschere schizofreniche mandate avanti sulla scena da ragazze e ragazzi che sono altri, altrove. Come gruppo.

Durante le autogestioni e le occupazioni quello che si sente davvero forte è il desiderio di dire noi. La costruzione di una comunità dei pari. I colleghi di sinistra mi dicono, vedi: non ci sono obiettivi politici, analisi dei processi in corso, strategie di alleanza. Qualcuno anche lamenta l’assenza di un partito che proponga una sintesi, un percorso, prefiguri conquiste. Un progetto per il futuro. Forse è vero, però qui più che il progetto mi pare che manchi il futuro, uno spazio possibile dove collocare i desideri grandi. Nei collettivi leggono anche riforme e decreti, ma come per un dovere da espletare verso gli adulti che domandano. Nessuno pensa veramente di poter incidere sulle decisioni di un governo che se ne frega anche del parlamento, e qualcosa verso cui si è del tutto impotenti è qualcosa che in fondo non ci riguarda. Forse ti colpirà, ma non ti riguarda. Allora loro cercano sintesi e volantini che arrivano da altre scuole, e li adottano. A distanza. Poi si dedicano all’organizzazione. Lo spazio e il tempo sono le dimensioni da liberare, ingranaggi della megamacchina da modellare a piacere. Teatro musica pizze accampamenti foto grafica pittura carte scacchi. Anche lezioni notturne di filosofia e storia – però in un contesto completamente smontato e rimontato.

Nei discorsi delle ragazze e dei ragazzi mi sembra contino il giusto Riforma, Gelmini e Tremonti. Sono metonimie per parlare di loro stessi, della loro scuola. Con un orgoglio sorprendente, da comunità affettiva. Comunità che viene, forse, immaginaria più che quella che è. La vicinanza dei senza orizzonti certi. Di chi cerca senza avere un’idea precisa di cosa cercare. Qualcosa del genere in fondo anche nell’organizzazione in dicembre del noBday. Tutto o quasi tramite facebook. Strumento impalpabile di un popolo atomizzato ma non individualistico. Capace di sdegno e di riconoscimento reciproco nello sdegno. Un popolo non muto di etici giovani che tende le sue reti dentro eccetera.

Certo poi le autogestioni finiscono e nelle classi non cambia assolutamente nulla. Tutto torna come prima, nessuna richiesta di cambiamento. Come dopo un sogno o un carnevale, il ritorno alla normalità. E se è normalità, non è terreno di conflitto. Alla fine resta la sensazione di una ricerca di identità separata, sottratta alla scuola più che in conflitto con. Forse bisogno di autonomia. Di una comunità fondamentalmente orizzontale, di pari, nell’assenza dell’autorità adulta – leggibile anche nella richiesta ai prof di essere in classe rigorosi impiegati della macchina dei voti. Parte dell’arredamento.

A noi può dispiacere, e anche parecchio, questa mancanza di un progetto, di una teoria – che ci darebbe un ruolo e ci rimetterebbe in gioco. Però per quella roba lì ci vorrebbe un futuro da progettare in qualche modo, politicamente. Con il domani così poco illuminato capisco che l’importante è sentire di esistere nel presente. Come collettivo, come gruppo. A contatto di mano o di mouse. Vivere nella crisi dei progetti di libertà, forse si può solo se si ha cura dello spazio e delle forme di un processo di liberazione. Animato di una ricerca comune, nella comunità dei senza radici, del sole dell’avvenire perduto. Dei solitari magari, e dispersi. Ma non soli.

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