La paura

gennaio 15, 2011 § Lascia un commento

  filippo trasatti

Dal fondo della nostra formazione ancora in buona sostanza cartesiana, abbiamo difficoltà a capire che gli affetti, le emozioni e le passioni non sono vestiti che indossiamo e smettiamo, ma piuttosto la nostra interfaccia sensibile col mondo che, attraverso la mediazione del corpo, ci dice qualcosa del nostro essere-nel-mondo, del rapporto con le cose e con gli altri, permettendoci di valutare una situazione globale all’interno della quale acquistano senso le nostre decisioni e le nostre azioni.

Le passioni (chiamiamole così in omaggio non solo a una grande tradizione filosofica, ma perché nel termine “passione” si riescono a cogliere bene insieme la sua forza e il nostro essere passivi) aprono e chiudono mondi, danno senso, sostanza rilievo al mondo, ci permettono di specchiarci e di distinguerci nel mondo in cui viviamo. Per questo un mondo senza passione ci appare insipido, grigio o spietato, un deserto della ragion pura.

Seguendo Spinoza, grande analista delle passioni, possiamo distinguere tra passioni tristi e passioni liete: le prime ci depotenziano, le seconde accrescono invece la nostra potenza d’essere.

La paura è una passione triste che paralizza, annienta. Lo si vede bene negli animali (e nei piccoli umani) che si bloccano per un rumore troppo forte o in attesa di un colpo. Il ricordo della paura e del terrore non dilegua mai veramente. Vedi il bambino maltrattato che trema come una foglia al solo avvicinare la mano per accarezzarlo, o che fa un salto per lo spavento al rumore di una porta che si apre.

Ma anche chi ha vissuto una vita almeno all’apparenza felice, senza grossi traumi, non ne è esente, perché la paura si radica nella fibra più fragile dell’essere al mondo. Proprio perché è così indispensabile per la sopravvivenza, essa sta al cuore stesso del vivere, dalla base della piramide, in ciò che ci tiene al mondo, fino ai piccoli choc di cui è costellata la vita quotidiana e che col tempo riusciamo sempre meglio ad occultare ed anestetizzare.

E poiché siamo piramidi di paura , è così facile sfruttare le nostre debolezze, e in primo luogo proprio la paura, per controllarci e dominarci.

Freud rievocando la propria esperienza ginnasiale, racconta: «Se, già avanti negli anni, ti chiedono di scrivere di nuovo un tema scolastico, provi una strana sensazione, ma ubbidisci automaticamente come il vecchio soldato che alla parola «Attenti!» non può fare a meno di lasciare cadere qualsiasi cosa abbia in mano e si trova coi mignoli premuti sulla cucitura dei pantaloni. È strano con quanta prontezza obbedisci al comando come se non fosse successo niente di speciale nell’ultimo mezzo secolo»¹.

Quest’obbedienza automatica è inscritta nel corpo, nei gesti, negli sguardi attraverso la paura: paura della punizione, dell’abbandono, della mancanza di affetto.

La paura da strumento di conoscenza che serve alla sopravvivenza, diventa all’interno del dispositivo pedagogico strumento d’elezione per incidere risposte automatiche sul corpo individuale, sociale e politico.

Già Epicureo, e Lucrezio, avevano ben delineato la geografia della paura che il farmaco della filosofia doveva servire a curare: paura degli dei, della morte, innanzitutto.

In epoca moderna Hobbes ha indicato nella paura il meccanismo di costituzione del corpo politico. Da passione individuale, la paura diventa passione collettiva che i sovrani devono imparare a ben amministrare, come un capitale che ben impiegato dà i suoi frutti e che viene potenziata al massimo grado nell’immaginario collettivo dai mezzi di comunicazione di massa.

È per questo che all’analisi della paura nel dispositivo pedagogico e politico va riservata un’attenzione di primo piano.

L’analisi del dispositivo pedagogico può mostrare i meccanismi di inscrizione sui corpi delle risposte automatiche che bloccano la curiosità, la libera ricerca, l’apertura al mondo. E il mondo in cui viviamo ci offre tutti i giorni allo sguardo molteplici situazioni in cui è evidente e diffuso un uso strumentale e globale delle paure.

Ma, ancora più a fondo, da un’analisi fenomenologica ed empatica si può riuscire a cogliere che cosa vuol dire essere minacciati mortalmente ed essere in preda al terrore, fino ad arrivare a sentire la vulnerabilità e la mortalità che come esseri senzienti ci accomuna. Non è tanto una morte immaginata o rappresentata in qualche modo, ma piuttosto la sensazione anche corporea della minaccia di annichilimento della mia (e altrui) potenza d’essere.

Proprio in queste situazioni in cui la minaccia raggiunge la radice e sta per reciderla, mi sembra che sia possibile talvolta cogliere la presenza di una sorta di biforcazione che ci forza a scegliere da che parte stare.

La paura accomuna e divide, affratella e affila le unghie. Il terrore si può utilizzare come strumento di dominio, facendosi torturatore, oppure saltando dall’altra parte della linea, da esso può nascere lo scatto non solo della compassione immediata, ma per la costruzione di una vita-in-comune che ci rafforza e ci protegge dalle paure (senza rimuoverle), per una vita più libera e gioiosa. [école 76, marzo 2010]

 NOTA

1. Sigmund Freud, “Psicologia del ginnasiale”, in La tecnica psicoanalitica, traduzione italiana Newton Compton, Roma 1976, p. 99.

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